Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton

“Big Eyes” è l’incredibile storia vera di una delle più leggendarie frodi artistiche della storia. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il pittore Walter Keane raggiunse un enorme e inaspettato successo, rivoluzionando la commercializzazione dell’arte con i suoi enigmatici ritratti di bambini dai grandi occhi. 

Finché non emerse una verità tanto assurda quanto sconvolgente: i quadri, in realtà, non erano opera di Walter ma di sua moglie, Margaret. A quanto pare, la fortuna dei Keane era costruita su un’enorme bugia, a cui tutto il mondo aveva creduto: una storia così incredibile da sembrare inventata.

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Nel 2003, la coppia di sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski, incuriositi e affascinati dalla vicenda, hanno cominciato a documentarsi, trascorrendo lunghi periodi in biblioteca, spulciando le cronache dei giornali dell’epoca e infine andando direttamente da Margaret a San Francisco. Ebbene sì la signora Keane ha oggi 86 anni e dopo aver rifiutato varie offerte alla fine si è fidata di loro e del mitico Tim Burton, che conosceva già come acquirente e committente di alcuni quadri. L’artista compare inoltre in una breve scena del film girata al Palace of the Arts.

Tim adora i quadri di Margaret”, osserva Alexander. “Si identificava nell’idea di outsider art (l’arte praticata da autodidatti o da pittori naïf che non si sono mai “istituzionalizzati”), e anche lui si è sempre chiesto perché l’arte debba essere legittimata dal giudizio dei critici. In effetti, il film parla proprio di questo. .. è un tema che gli sta molto a cuore”

Tim Burton tra l’altro, oltre ad un regista ormai cult è anche un apprezzato artista visuale. I suoi lavori e lo stile unico che lo contraddistingue sono stati influenzati dai dipinti di Margaret Keane: molti dei suoi personaggi hanno infatti occhi oversize tondi, spesso malinconici e inquietanti, e non è certo una coincidenza. 

“Sono molte le ragioni per cui volevamo trarne un film”, spiega Karaszewski. “Tanto per cominciare, Margaret ci sembrava uno straordinario personaggio femminile, che in qualche modo incarnava lo spirito del nascente Movimento femminista. All’inizio del film è una qualsiasi casalinga degli anni Cinquanta, che fa tutto per il marito. Nel corso della storia, però, imparerà ad affermare se stessa”
Ricordiamo che Alexander e Karaszewski sono due grandi esperti di biopic: hanno scritto il film sul comico Andy Kaufman (“Man on the moon”), e quello sull’editore Larry Flynt (“Larry Flynt– Oltre lo scandalo” per il quale vinsero un Golden Globe), e il loro primo film con Tim Burton fu “Ed Wood”, che :
“Era la storia di un uomo che all’epoca veniva considerato il peggior regista di tutti i tempi. E c’è chi pensa che i Keane siano i peggiori artisti di tutti i tempi. Abbiamo pensato che facendo questo film avremmo potuto raccontare una storia personale molto intensa, e insieme parlare del mondo dell’arte e del movimento delle donne”.
Di sicuro Walter Keane ha fatto in modo che tutti potessero permettersi di appendere un quadro in casa e in un certo senso “ha inventato la produzione di massa di manifesti, cartoline, tazze e un’infinità di altri oggetti. Decisamente geniale”.

“Fu lui a dire per primo: perché non dovremmo vendere l’arte al supermercato o nei grandi magazzini o in una stazione di servizio? All’epoca l’arte era ancora un fenomeno misterioso e lontano, per la gente comune. Ma in questo caso, parte del mistero era anche che l’autore di quei quadri fosse Walter: c’era qualcosa di strano in un pittore maschio e virile, che dipingeva bambini piangenti e storie assurde di orfanelli tristi e scheletrici, dai grandi occhioni tondi. Quando poi si scopri come stavano le cose in realtà, tutto acquista un senso: Margaret era una donna triste e dipingeva bambini tristi. Quel tipo di opere andava per la maggiore negli anni sessanta. Chi è cresciuto in quegli anni se li ricorda quei quadri, erano appesi dappertutto”

(Alexander)

Nonostante fossero tra le più vendute, le opere di Keane non erano accettate dal mondo dell’arte istituzionale che le giudicava kitsch. I ritratti stilizzati e sentimentali di bambini tristi erano troppo figurativi e quanto di più lontano dall’espressionismo astratto, tanto in voga alla fine degli anni Cinquanta
Una delle domande fondamentali sollevate da questo film è che cosa si possa definire arte. Chi può dire se un’opera è un capolavoro? Chi è giudice? Chi siamo noi per giudicare? Difficile trovare una risposta che soddisfi tutti.
Un film a basso budget, diverso dal solito Burton, senza grandi produzioni dietro e senza il suo tipico largo uso di effetti visivi. Un film incentrato sui personaggi e sulla loro storia.
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Ad interpretare Margaret una platinata e bravissima Amy Adams, attrice cinque volte candidata agli Oscar, mentre il geniale Christoph Waltz, attore due volte premio Oscar con Tarantino, è Walter, un ruolo difficile da rendere in tutte le sue sfumature, ma perfettamente riuscito: “Christoph doveva essere magnetico: Walter è il diavolo, ma è anche molto simpatico”, spiega Alexander, “All’inizio ti piace, è affascinante, ma un po’ alla volta cominci a chiederti se non ci sia qualcosa di strano. Christoph ha una voce molto musicale, e questo l’ha aiutato. Ed è un attore che non ha paura di tirare fuori il lato più oscuro di un personaggio”.

Walter Keane è un personaggio eccessivo, un bugiardo patentato”, osserva Karaszewski,e Christoph è riuscito a renderlo credibile, divertendosi a interpretarlo. Walter è un cattivo straordinario, perché non sa di esserlo. E credo che sia questa la chiave del suo personaggio. Non riesce a capire perché Margaret si lamenti. Guadagnano una montagna di soldi, hanno successo, la gente adora i loro quadri, e lei può dipingere tutto il giorno nella loro bellissima casa: che importanza ha che la gente sappia la verità?”.

Da notare la scenografia, curata da Rick Heinrichs, frutto di un lavoro enorme di ricerca per mettere a fuoco tutto il percorso artistico di Margaret, dalle prime bambine dai grandi occhi- la sua modella abituale era la figlia Jane, la cui fisionomia ha influenzato in modo determinante lo stile della madre- fino alle ultime opere, prevalentemente ritratti psicologici di donne allungate, spesso autoritratti, che firmava pubblicamente MDH Keane.

I costumi sono a cura di Colleen Atwood: è una delle più apprezzate costumiste del cinema contemporaneo, ben sette volte candidata al premio Oscar, ne ha vinti tre per i film “Alice in Wonderland”, “Chicago” e “Memorie di una geisha”.

Qui è alla decima collaborazione con Burton  e nonostante il budget ridotto, sottolinea che la sartoria ha vestito circa duemila persone, in costumi d’epoca. 

“Nel film abbiamo cercato soprattutto di cogliere lo spirito dell’epoca e dei personaggi. Pur vivendo nella zona della Baia e frequentando personaggi controcorrente, i Keane erano una coppia piuttosto tradizionale.Per vestirli, ho preferito basarmi sulle immagini che ho trovato sfogliando le cronache dei giornali dell’epoca, anziché partire da una ricerca sulla moda del tempo”.

La Atwood ha realizzato il 90 per cento dei costumi degli attori principali, ricreando lo stile dell’epoca ma aggiungendo un tocco personale, grazie all’attenzione ai dettagli:  

“Dovevamo ricreare lo stile personale di Margaret – semplice, pratico e dimesso. Abbiamo optato per una tavolozza misurata di colori: volevamo che gli abiti risultassero soprattutto comodi e reali”. 

“Colleen ha creato dei capi incantevoli: racconta la storia del film con i vestiti e i colori”

(Amy Adams)

Entrambi, sia Rick Heinrichs che Colleen Atwood, sono collaboratori di vecchia data del regista ed entrambi hanno vinto un Oscar per due suoi film (Heinrichs per “Il mistero di Sleepy Hollow”).

La fotografia è firmata da Bruno Delbonnel (tre volte candidato agli Oscar, ha già lavorato con Burton al film “Dark Shadows”) che ha puntato sul nascondersi/svelarsi per creare un effetto del tipo vedo/non vedo.Nel film appaiono circa 300 quadri e centinaia di schizzi: molti dei quadri che appaiono nelle scene del film sono stati ristampati su tela, ma per quelli inquadrati in primo piano è stata applicata pittura vera, in modo tale da renderne la trama e le pennellate. Alcuni quadri hanno richiesto almeno dieci diverse versioni per rappresentare le varie fasi di lavorazione.

“Credo che nessuno di noi fosse preparato psicologicamente a un lavoro così enorme

spiega Karaszewski

Dovevamo individuare più di 200 quadri, e ricostruire la storia di ognuno: quando erano apparsi per la prima volta, se potevano essere esposti in quella mostra o all’epoca erano già stati venduti. Insomma, un lavoro immane”, dice Hendrichs.

Un film che offre molti spunti di riflessione. Da vedere.