Boldini, lo spettacolo della modernità

Le sue femmes fleurs, così come le definiva il conte Robert de Montesquiou, sono entrate ormai nell’immaginario collettivo, con la loro bellezza, eleganza, sensualità; i suoi ritratti hanno consegnato al futuro l’atmosfera della Belle Époque, celebrandone la modernità, l’euforia, il fermento, la libertà, ma anche le incertezze.

“Grandi fiori viventi che il desiderio odora e coglie”: così Giovanni Boldini ((Ferrara 1842 – Parigi 1931) definiva le donne, interpretando con il suo tratto la complessità insieme all’incanto, catturandone per sempre la femminilità, il fascino, con potenza in ritratti iconici.

Sembra di toccare e sentire sulle mani la consistenza dei corpi, la delicatezza e la brillantezza delle sete luminose e fruscianti che ne avvolgono la pelle morbida, sembra quasi di percepire quel mistero di grazia e inquietudine che ci trasmettono con uno sguardo, con un gesto, con una movenza.

Giovanni Boldini, Conversazione al caff+®, 1879 ca, olio su tavola. Collezione PrivataGiovanni Boldini, Conversazione al caffè  (1879 ca).Oolio su tavola. Collezione Privata

Nella sua lunghissima carriera, caratterizzata da periodi diversi, a testimonianza di un indiscutibile genio creativo e di un continuo slancio sperimentale, che si andrà esaurendo alla vigilia della Pima Guerra Mondiale, il pittore ferrarese ha goduto di una straordinaria fortuna, pur suscitando spesso accese polemiche, tra la critica ed il pubblico. Amato e discusso dai suoi primi veri interlocutori, come Telemaco Signorini e Diego Martelli, fu poi compreso e ammirato negli anni del maggiore successo dalla Parigi più sofisticata, quella dei fratelli Goncourt e di Proust, di Huysmans, di Maupassant, di Degas e di Helleu, dell’esteta Montesquiou e della eccentrica Colette.

Una delle critiche ricorrenti era che la sua arte fosse più “industria che vera arte” (Netti), poiché, sempre più ricco e richiesto, nel suo studio parigino produceva continuamente ritratti per i ricchi borghesi europei e americani;  Ardengo Soffici addirittura,  nel 1909- anno di nascita del Futurismo – scriveva di lui che “non è né un  creatore, né un poeta, si può persino dubitare che sia un pittore”

Ma nello stesso tempo la sua opera è stata molto amata, sia dal pubblico che da artisti e storici dell’arte che hanno saputo comprendere: “C’est un classique!”, è il riconoscimento definito fin dalla sua prima mostra postuma e l’espressione che lo consacrò.

Veniva citata da Filippo De Pisis che precisava: “Il classico di un genere di pittura”. Il riferimento era ai suoi ritratti, davvero unici e immortali.

Giovanni Boldini, Sulla panchina a Bois, 1872,olio su tavola. Collezione Privata

Questa esposizione propone una visione molto articolata e approfondita della sua multiforme attività creativa, intendendo valorizzare non solo i dipinti, ma anche la straordinaria produzione grafica, tra disegni, acquerelli e incisioni: un focus importante è quello sulla prima stagione di Boldini, negli anni che vanno dal 1864 al 1870 trascorsi prevalentemente a Firenze a stretto contatto con i Macchiaioli,  fase caratterizzata da una produzione di piccoli dipinti (soprattutto ritratti, ambientati) davvero straordinari per qualità e originalità, vista ora in una nuova luce grazie anche alla possibilità di presentare parte del magnifico ciclo di dipinti murali realizzati tra il 1866 e il 1868 nella Villa detta la “Falconiera” nei pressi di Pistoia, residenza della  famiglia inglese dei Falconer.

Si tratta di vasti paesaggi toscani e di scene di vita agreste, che consentono così di avere una visione più completa del Boldini macchiaiolo. Le varie sezioni successive ripercorrono la vita dell’artista, come una sorta di biografia per immagini, rievocata attraverso autoritratti e ritratti, persone e luoghi frequentati, l’atelier, la grafica, così rivelatrice della sua incessante creatività.

Punto cruciale è il trasferimento definitivo a Parigi, caratterizzato inizialmente dalla produzione degli splendidi paesaggi e di dipinti di piccolo formato, con scene di genere – scene di vita moderna tra moda e nostalgia, in cui i signori e le signore rispecchiavano se stessi e il proprio lusso – legata al rapporto privilegiato con il celebre e potente mercante Goupil, che all’epoca aveva il monopolio sul mercato dell’arte; si procede quindi attraverso il confronto con gli altri italiani attivi a Parigi, come Corcos, De Tivoli, il pugliese Giuseppe De Nittis e il veneto Federico Zandomenghi – quest’ultimi, come lui, vi rimasero per tutta la vita, continuando a misurarsi con il contesto internazionale – e il successivo grande rilievo dato alle scene di vita moderna, esterni ed interni, dove Boldini si afferma come uno dei maggiori interpreti della metropoli francese, negli anni della sua inarrestabile ascesa come capitale mondiale dell’arte, della cultura e della mondanità.

G. Boldini, Ritratto di Marthe Reigner, 1905,olio su tela.Collezione Privata

I dipinti si popolano di teatri, caffè concerto, salotti musicali, musicisti, ballerine, cantanti. Sono anni in cui l’artista si immerge anche in nuove tecniche e in nuove ricerche sul tema del nudo: modelle estramente sensuali, distese sui divani dello studio, posano per una sorta di gioco erotico-pittorico. Infine si arriva alla grande ritrattistica, che lo vedono diventare il protagonista in un genere, quello del ritratto mondano, destinato ad una straordinaria fortuna internazionale. A questo proposito, per la prima volta i suoi dipinti sono stati accostati alle sculture di Paolo Troubetzkoy, in un confronto interessante e innovativo sia sul piano iconografico che formale.

“I suoi ritratti sono pagine di trasfigurazione dell’alta società di spettacolo della modernità e di narrazione letteraria…ma c’è un Boldini più sottile oltre questa smaltata apparenza. Le caratteristiche dei suoi ritratti mondani, soprattutto femminili, sono tali da identificare certo lo spettacolo della modernità, le sue figure si affacciano come su un proscenio, ma la posa e la forma giocano una sottile evidente tensione tra il ritratto del volto e il corpo vestito”

“Le sue lunghe pennellate improvvise scavano attraverso la luce nel colore, creando un elemento meditativo nascosto nell’apparente eleganza della figura…ma c’è una vanità esausta, spossata che si fa malinconia, malessere, presagio di una crisi di civiltà, in quel movimento della pittura boldiniana, che esaurisce un’epoca e anticipa nuove tendenze”. Gianfranco Brunelli, coordinatore della mostra”.

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Opera a sinistra: Giovanni Boldini, Sulla panchina a Bois (1872). Olio su tavola. Collezione Privata
Opera a destra: Giovanni Boldini, Ritratto di Marthe Reigner (1905). Olio su tela. Collezione Privata
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Boldini, lo spettacolo della modernità
Dal 1 Febbraio al 14 Giugno 2015

Musei San Domenico
Piazza Guido da Montefeltro 12
Forli
www.mostrefondazioneforli.it/