Granny’s Dancing on the Table

Dalla Svezia selvaggia, una fiaba dark che, tra live action e stop motion, ci tiene incollati allo schermo e ci insegna a non perdere la speranza. La grande forza d’animo di una adolescente contro la violenza e la sopraffazione.

Granny’s Dancing on the Table è la piccola perla per quanto riguarda la fiction di questa densissima edizione del Biografilm 2016, che è stata amabilmente attraversata da una serie di indimenticabili ritratti femminili. Non posso fare a meno di pensare ad Eini, alla sua bellezza semplice ma diversa, alla sua ingenuità di bambina e fragilità di piccola donna che sta sbocciando, due tratti della sua personalità che diventano gradualmente forza, coraggio e determinazione ad andare fino in fondo, per affrontare le difficoltà e la brutalità e sperare in un futuro diverso, non sappiamo come, ma migliore. 

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Eini è un’adolescente di tredici anni, pallida e fulva. Come tutte le ragazze della sua età è alla ricerca di se stessa, tra sogni e confusione, voglia di scoprire il mondo e paura di volare. Sembra una dama preraffaellita dei nostri giorni, una teenager in tuta che svela qualcosa di arcaico cercando intensamente il presente, sempre dedita al duro lavoro e sacrificata alla fatica, sguardo malinconico e vita quotidiana schiacciata da una realtà terribile e monotona, che la spinge tra le braccia della fantasia e in un universo ricchissimo di ricordi, pensieri, lettere, parole e vestiti da nascondere o da portare alla luce.  

Un terremoto non solo fisico la scombussola: si sta trasformando a poco a poco in una donna e sente tutte le inquietudini, le curiosità, le emozioni e i turbamenti di questo delicatissimo passaggio della vita, senza avere accanto qualcuno con cui confrontarsi davvero e che la capisca fino in fondo, perché magari ci è già passato… la mamma, una nonna, un’amica. Eini vive in isolamento totale, segregata in una immensa e impervia foresta, che ha la forza sconvolgente e indomabile della natura incontaminata e vergine ma nello stesso tempo opprime e toglie il fiato, con un padre tiranno e fanatico religioso, convinto di doverla proteggere da un mondo adulto crudele e corrotto. Un padre, va da sé, violento, che violenza ha subìto a sua volta fin da neonato- terrificante la scena seppure in stop motion– e violenza restituisce.  

Daddy and I… we hid out in the forest, far away from all the other people, because the world is a very dangerous place… and i am a very dangerous person 

Lì dove, come ahimè sentiamo non di rado dalla cronaca, si scopre spesso un covo di crudeltà: l’ambiente domestico, la famiglia, quello che dovrebbe invece essere un nido, sereno  e rassicurante, in cui tornare ogni volta che se ne ha bisogno, in cui scaldarsi e amarsi, quello che dovrebbe proteggerci davvero da ogni male. Spesso invece è un posto pericoloso. Più pericoloso dell’ignoto che è là fuori. 

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Ma sarà il ricordo continuo e il racconto delle sue radici, della storia della sua nonna molto particolare, della sua prozia vittima di un uomo violento e poi di sua madre sottomessa: donne diverse tra loro ma sofferenti ognuna a suo modo, nell’arco di diverse epoche brutalizzate dagli uomini, costrette a vivere in condizioni impossibili, a darle davvero la forza necessaria a scappare dalla prigionia verso la libertà, verso se stessa. 

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In anteprima italiana, dopo essere stato in programmazione in Festival internazionali molto importanti, come  a Toronto in World Premiere nel 2015,  poi a San Sebastian, a Göteborg in Svezia, al San Francisco International Film Festival, al 21st Vilnius International Film Festival (dove ha vinto una Menzione Speciale)- solo per citarne alcuni – il film è un’opera originale e intensa, che affronta un tema delicato e tristemente attuale, alternando tensione, tenerezza, angoscia, magia e crudeltà, come in una fiaba senza tempo.

Granny’s Dancing on the Table – in parte finanziato con il crowdfunding – alterna riprese dal vero, con attori straordinari e paesaggi incantati ma anche inquietanti – lì nel cuore della Svezia più selvaggia, quella che generalmente identifichiamo come tale, ma che forse nello stesso tempo non conosciamo davvero e non riusciamo a cogliere profondamente – e animazione, realizzata da con pupazzi creati dalla regista stessa e dall’animator Daniel Svensson, per raccontare in parallelo la dimensione del passato, un passato ancora vivo e potentissimo, che poi è quello che dà la spinta all’oggi e al futuro.

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Hanna Sköld, regista svedese classe 1977, al suo secondo lungometraggio dopo Nasty Old People” (altro film dalla tematica  complessa come il neonazismo e presentato in una modalità alternativa sulle pagine del sito “The Pirate Bay) non era presente a Bologna per un motivo validissimo: è  appena diventata mamma e a lei facciamo i nostri migliori auguri, sperando che legga questo post, chissà!

Per noi si è indubbiamente distinta con uno sguardo contemporaneo, profondissimo e articolato su più livelli di lettura, lavorando su una storia, parzialmente autobiografica, di scottante attualità, che colpisce dritta al cuore senza ostentare, senza calcare troppo la mano là dove avrebbe potuto, ma restando saldamente equilibrata e composta, rielaborando svariati archetipi potentissimi del nostro immaginario, ma con una nuova visione che non lascia mai spazio alla retorica o all’ovvio e

raccontando una storia sincera e profonda che parla in fondo di tutti noi e a tutti noi, che sa coinvolgere e sa far pensare senza urlarlo ai quattro venti.

Meravigliosa Blanca Engström, giovane talento molto famoso in Svezia e nota per aver interpretato Flickan (The girl) presentato alla Berlinale 2019, che ha interpretato con la sua -ormai -consueta delicatezza e maturità, che rendono i suoi personaggi lievi e insieme potentissimi.

Tenetela d’occhio 😉

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